"L'uomo che soffre ci appartiene" (GPII)

 



 

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Dopo lampedusa: l’urgenza di una riflessione

Avvertiamo in questi giorni come Caritas Diocesana l’imprescindibile bisogno di riflettere e lasciarci provocare dalla visita di Papa Francesco a Lampedusa, di far emergere quanto abbiamo sentito smuoversi dentro di noi a seguito delle parole del Pontefice.

Si tratta di una urgenza che necessita anche di un confronto, di un discernimento attorno a delle domande e ad una in particolare che potremmo riassumere così: quale è il senso, quale la possibile traduzione di questo gesto per noi, per la nostra Chiesa locale, per il nostro territorio?

Abbiamo fatto esperienza diretta della questione nordafricana ospitando nove migranti provenienti dalla Libia più di due anni fa, ascoltando le loro storie, cercando di dar voce ai loro diritti: questa esperienza è tuttora in atto, grazie anche alla solidarietà di parrocchie che si sono fatte prossime attraverso la presenza di volontari che si sono sentiti “responsabili”. Non mancano né vanno nascoste le difficoltà che si incontrano sul cammino, legate a culture e stili di vita differenti, incomprensioni, reciproche aspettative insoddisfatte.

“Adamo dove sei?”, e ancora, “Caino, dov’è tuo fratello?”: queste le domande che dalle scritture e nelle parole di Francesco chiedono risposte ad ognuno di noi; sono domande “politiche” in senso ampio ed alto perché “aprono” il tema e ci interrogano personalmente secondo la logica della responsabilità e del coinvolgimento; lo sono perché si pongono in antitesi rispetto alle innumerevoli risposte chiuse che hanno eluso le domande o che hanno conservato una matrice meramente ideologica nel contesto di una politica pavida e incapace, che spesso ha preferito per interesse considerare e trattare questi fratelli come clandestini perché più difficile sarebbe stato emarginarli riconoscendoli come uomini.

E qui da noi, nelle nostre parrocchie e nei nostri quartieri: dov’è mio fratello? La nostra chiesa locale, il nostro territorio hanno voglia di interrogarsi su questa responsabilità,  di chiedersi se stiamo davvero presidiando i luoghi di sofferenza o se al contrario ci stiamo abituando alla sofferenza dell’altro dimenticando, come ci ricorda il Papa,  “l’esperienza del piangere, del patire con”?

All’immediato plauso per la testimonianza di Francesco, seppure a distanza di poche ore, cominciano a levarsi pericolosi distinguo e leggersi dichiarazioni ambigue che ci riportano velocemente verso la “globalizzazione dell’indifferenza” da lui citata. Ancor più allora occorre fermarsi, occorre riflettere, ci serve di “tornare a Lampedusa”: la posta in gioco è altissima, stiamo parlando del nostro disorientamento, di una certa cultura del benessere che miete molte vittime, non solo tra i migranti, dei legami di solidarietà nella nostra città, del futuro dei nostri figli, della nostra capacità di essere padri, madri, figli e fratelli capaci di stare nella sofferenza attribuendogli un senso e superandola.

Potrebbe allora addirittura succedere che dopo aver chiesto perdono a questi “ultimi” per la nostra indifferenza ci si possa ritrovare a dir loro grazie per averci mostrato chi siamo veramente ribaltando quella prospettiva secondo cui occultare le loro sofferenze sarebbe funzionale al mantenimento del nostro status di “benessere”.

La proposta che lanciamo è un invito alla comunità ecclesiale e civile affinché non si spengano le luci su Lampedusa, affinché questo dono meraviglioso di Francesco sia seme in grado non solo di attivare nuove risorse e sostenere chi già si spende per gli altri ma anche generare nuovi momenti di riflessione, incontri, processi di discernimento collettivo per contrastare questa cultura di morte secondo la prospettiva del Vangelo, riconoscere l’uomo-altro attraverso il quale ci è rimandata la nostra stessa umanità.

 

Caritas Diocesana di Crema

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