"L'uomo che soffre ci appartiene" (GPII)

 



 

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La speranza aldilà del mare

A qualche giorno di distanza dal tragico naufragio di Lampedusa abbiamo scelto di riproporre la testimonianza alla Veglia per la Pace di uno dei dieci ragazzi africani che ospitiamo dal maggio 2011. Eddy, questo è un nome di fantasia, è scappato dalla Libia in seguito all’esplosione del conflitto e come tanti è stato letteralmente caricato su una barca con destinazione incognita in balia delle onde..

 

Mi chiamo Eddy, ho 23 anni, sono nigeriano. Nell’Aprile del 2011 sono arrivato in Italia, a Lampedusa prima e a Crema poi, a seguito del conflitto scoppiato in Libia, paese dove vivevo e lavoravo.

La mia storia è una storia di fughe obbligate, di scelte dolorose che non avrei voluto compiere sin da quando in Nigeria gli scontri tra cristiani e musulmani si sono portati via mia madre e disperso le mie sorelle; mio padre era morto durante un altro conflitto, la guerra in Liberia. Sono sopravvissuto agli scontri ma ho dovuto fare i conti ancora una volta con l’assurdità dell’odio religioso quando mi sono innamorato, da cristiano, di una ragazza musulmana in un contesto nel quale questa relazione doveva rimanere segreta per non correre il rischio di perdere l’amore e la vita nello stesso tempo. Purtroppo è andata male ed il rischio di ritorsioni mi ha costretto ad una pericolosa fuga nel deserto; nulla ho più saputo della donna di cui mi ero innamorato e con la quale avrei voluto realizzare il mio progetto di vita.

Ho attraversato il deserto con l’obiettivo di raggiungere la Libia in compagnia di un amico che durante il viaggio non ho resistito alle fatiche ed agli stenti cui eravamo sottoposti ed ha perso la vita.

Sono giunto in Libia nel 2009 e dopo poco tempo ho trovato lavoro come meccanico, mansione che già svolgevo nel mio paese e casa in affitto; è stata l’occasione per ricominciare, per ricostruire la mia vita e garantirmi un po’ di stabilità.

Quando è scoppiato il conflitto in Libia ho fortemente sperato che tutto si sarebbe risolto in poco tempo, che non poteva succedere ancora, che ne sarei uscito senza dover perdere tutto nuovamente. Ho continuato a lavorare ma nel frattempo le tensioni si acuivano, gli animi si surriscaldavano ed il numero dei morti cominciava a salire. Con l’avvio dei bombardamenti in funzione anti-Gheddafi la situazione è divenuta insostenibile e molto pericolosa per tutti; oggi posso dire di essere stato salvato dal mio datore di lavoro, un soldato passato dalla parte dei ribelli e a cui avevano ucciso l’intera famiglia che mi ha affidato ad un amico affinché mi imbarcasse per l’Italia. Ancora una fuga, ancora una direzione non scelta ma imposta dalla guerra. Le relazioni, il mio lavoro, il mio denaro…tutto perduto di nuovo. Mi restava la vita, bene sacro da preservare.

Sulla barca eravamo tanti, circa 600; con me anche molti altri nigeriani con storie simili alle mie. Alcuni nemmeno sapevano dove sarebbero stati condotti, altri avevano trascorso intere notti nascosti dentro i container del porto in attesa di essere imbarcati. Difficile descrivere le emozioni contraddittorie che oscillavano tra il sollievo per la possibilità di mettersi in salvo ed il disorientamento dettato dalla perdita di tutto e dall’approssimarsi di un futuro incerto che metteva paura.

Una guerra non guarda in faccia a niente e a nessuno: si porta e ti porta via tutto, calpesta la dignità delle persone che diventano numeri e smettono di essere storie, pensieri, amori, relazioni. Non si può restare indifferenti davanti ad una guerra, occorrono gesti anche semplici per riportare speranza e pace nei cuori e nelle vite di tutti.

Qui puoi scaricare il materiale della 1^ Giornata Mondiale dei Poveri e le registrazioni del primo Convegno diocesano delle Caritas Parrocchiali.

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