"L'uomo che soffre ci appartiene" (GPII)

 



 

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In cammino...per la pace!

Domenica 13 ottobre ho partecipato, insieme ad altri Giovani on the Road (il gruppo di giovani impegnato nei campi estivi che la Caritas organizza) alla Marcia della Pace, da Crema a Cavenago, ed eccomi a scrivere una breve testiminianza a riguardo.

 Per prima cosa, penso sia impossibile parlare di un tema tanto vasto e complesso, avendo a disposizione poco spazio, senza essere inconcludenti: non è neppure facile definire cos’è la pace, e di certo sono secoli che gli uomini cercano di ottenerla, anche se molto spesso si comportano in senso opposto, e queste riflessioni non muteranno il senso della storia.

Penso esistano tante definizioni di “pace”: si va dal “Ma lasciami in pace!”, detto spesso con fare scorbutico ed insofferente, che probabilmente rappresenta un abuso del termine; al “fare la pace”, dopo un litigio (una sensazione piacevole come poche); alla pace rappresentata da bandiere arcobaleno, sventolate da persone che vogliono manifestare il loro desiderio di vivere in un mondo più pacifico, ma che probabilmente sarebbero in disaccordo (e quindi, non in pace tra loro, almeno a livello intellettuale) sul come raggiungere tale obiettivo.

Ora, qualsiasi posizione sull’argomento non può che essere personale. E’ importante, quindi, sforzarsi almeno di non essere parziali, anche se il rischio è altissimo.

Nell’immaginario collettivo, la pace si ottiene fermando i bombardamenti, bloccando i traffici di armi, spegnendo l’odio tra gruppi etnici, religiosi, o anche solo tra chi vede in conflitto i propri interessi. Ma nessuno, purtroppo, è in grado di fornire una soluzione immediata alla stupidità di queste tragedie.

La pace, quindi, va costruita. Ma, come detto prima, possiamo avere opinioni diverse riguardo al percorso da intraprendere nel raggiungerla. Ecco la mia.

Io la costruzione della pace la intendo nel senso delle esperienze vissute in Caritas, focalizzate non (solo) sull’opera di bene svolta, ma concentrate sulla capacità di interiorizzare le sensazioni e le convinzioni che si provano nell’atto caritatevole, per essere in grado di replicarle nel quotidiano. Un gesto di cortesia, un sorriso, spesso cambiano la giornata di chi li riceve. Lo sappiamo tutti. L’impegno, allora, dev’essere quello di affrontare serenamente le relazioni personali e avvertire il peso delle scelte pubbliche, sempre nella direzione di una maggiore empatia. Possono sembrare banalità, ma, a giudicare da come va il mondo, il concetto appare molto più sfuggente di quanto sembri.

Chiamatelo “Non fare al prossimo quello che non vorresti fosse fatto a te” o “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo”. E’ singolare che culture differenti siano giunte alla stessa conclusione. E’ assurdo che non ci si impegni nel realizzarla, e che invece prevalgano pigrizia, abitudine ed impulsività. La pace comincia col combattere questi vizi. Poi disarmerà i militari, ma se non siamo i primi ad incarnarla, con che credibilità possiamo chiederla?

 

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