"L'uomo che soffre ci appartiene" (GPII)

 



 

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Albania 2014 - Racconto di un’estate in Albania

Prima di partire non nascondo di avere avuto attimi di timore e smarrimento. Perché stavo andando incontro ad una realtà nuova, che sapevo mi avrebbe portato a riflettere su molte situazioni che si verificano nel mio mondo e che mi avrebbe sicuramente mandato in confusione. Difatti i pensieri sono nati e vorrei riportarvene alcuni.

Si dice che la prima impressione sia la più importante. Per me è stato assolutamente così. Scendere dal furgoncino, alzare gli occhi al cielo e vedere una miriade di stelle luminose che mi sovrastavano, mi ha aperto il cuore. Ho subito capito che quello era un posto speciale.

Io penso che una tra le più grandi fonti di frustrazione e di delusione per noi ragazzi sia non riuscire a comprendere le persone che incontriamo nella nostra vita, temere di essere da loro ingannate osservando i loro comportamenti ambigui. L’albania però non mi ha posto di fronte ragazzi dubbiosi, esitanti o falsi. i bambini mostravano il loro affetto senza alcun freno e non se ne andavano prima di averti dato una affettuosa pacca sulla spalla o una tenace stretta di mano. Lo stesso vale per i nostri animatori albanesi, che non hanno esitato a mostrarci subito la loro riconoscenza verso di noi, mettendosi in gioco senza paura e volendo creare con noi un bel gruppo. Senza remore mi hanno raccontato gran parte della loro vita e i loro problemi, dovuti ad alcune libertà che nel loro paese sono minori rispetto al nostro. La loro istintività mi ha sorpreso, forse perché io sono relegato in una società dove prima di fare un’azione, o di dire una propria opinione bisogna porsi 1000 interrogativi, per il timore di non essere compresi, e per la paura del giudizio altrui. Ma durante questa esitazione il nostro proposito lievemente sfuma e il tempo opportuno passa e rimaniamo immobili, in silenzio, senza poter fare più nulla.

La  generosità dei ragazzi albanesi pur in condizioni economiche molto modeste mi ha lasciato a bocca aperta. sOttolineo l’operato di padre Dede, che pur avendo gravi problemi fisici ha cercato in qualunque modo di farci sentire a nostro agio. Mentre noi qui in Italia, fatichiamo ad aiutare i nostri amici, poiché temiamo di sprecare  denaro o energie, agendo in una maniera molto egoistica, della quale nemmeno mi rendevo conto.

Eppure devo dire che se fossi partito da solo non avrei ricavato nemmeno la metà dei benifeci di questo campo e sicuramente non lo avrei compreso fino in fondo.

Pur nelle difficoltà dovute alla piccola casa in cui abbiamo trascorso le due settimane, con un frigorifero rotto, animali di ogni specie che sbucavano da ogni angolo, siamo riusciti a non mollare e a ricavare anche da queste situazioni dei motivi di unione e collaborazione. Ognuno di noi faceva del proprio meglio per aiutare l’altro e per condividere parte del lavoro. Ormai eravamo uniti intorno ad un obiettivo comune e nessun problema poteva più sembrare insuperabile.

È stato fantastico poi come nonostante non ci conoscessimo o ci conoscessimo molto poco, abbiamo aperto noi stessi al gruppo, senza alcun timore, come se l’aria albanese ci avesse già influenzato. Ho trovato delle ascoltatrici fantastiche e dei sostegni a cui aggrapparmi nei momenti di difficoltà.

Penso che requisito indispensabile per vivere una vacanza del genere sia la fiducia, da dare a noi stessi per non avere paura di mostrare ciò che siamo e da dare agli altri, per poterli conoscere al meglio, senza avere poi alcun rimorso e per farli sentire accolti.

Questa esperienza mi ha donato molto e perciò ringrazio tutti quelli che ne sono stati parte.

 

Francesco

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